C’era una volta un gruppo di studenti
provenienti da ogni parte recondita dello stivale,
finiti chissà come, forse sbattuti dalle
onde increspate di un destino fausto, forse
giostrati dal grande burattinaio, nella residenza
universitaria ardentemente desiderata da un
brav’uomo tanti anni fa, una piccola oasi
immersa nel verde, circondata dal grigiore quotidiano
di una metropoli dalla storia millenaria. C’era
una volta un torneo di calcetto che metteva
per la prima volta, una di fronte all’altra,
le rappresentative dei quattro collegi universitari
più importanti dell’Urbe. C’era
una volta una divisa gialloblu come quella dei
calciatori veri, un pallone, un campetto in
terra battuta e un ducato. C’era una volta
un calendario da stabilire e un regolamento
da stilare. C’era una volta uno schema
provato in allenamento, un passaggio filtrante,
un recupero disperato, un colpo di tacco e un’acrobatica
rovesciata, un rude contrasto e una palla contesa,
un tunnel per irridere l’avversario di
turno e un dribbling di troppo, uno svarione
difensivo, una fitta trama di giuoco e un tiro
all’incrocio dei pali. C’era una
volta una pacca sulla spalla, un abbraccio caloroso,
una stretta di mano, un braccio levato per ricevere
il pallone e un buffetto sulle guance. C’era
una volta il riscaldamento prepartita, le baruffe
in partita e la polemica postpartita. C’era
una volta la climax di entusiasmo travolgente
e il baratro di una delusione cocente. C’era
una volta il taccuino, il fischietto, il cartellino
giallo ed il richiamo verbale. C’era una
volta la classifica marcatori e la lista dei
convocati. C’era una volta un allenatore
esonerato e un commissario tecnico dal grande
fiuto del goal, una squadra sempre unita e dedita
al sacrificio e una squadra senza portiere.
C’era una volta un girone eliminatorio
e un secondo posto, l’imbattibilità
svanita nel nulla e la paura di non farcela.
C’era una volta una tifoseria eterogenea,
un coro smorzato da una prodezza della punta
avversaria, una voce stridula ad incitare l’eroe
del momento ed un insulto scagliato contro l’arbitro
prezzolato. C’era una volta uno sguardo
bieco e un lampo di furore negli occhi, un sorriso
abbozzato e una risata negli spogliatoi. C’era
una volta una semifinale combattuta e una trasferta
insidiosa, un risultato in bilico e un rischio
da correre, un contropiede micidiale e un intervento
provvidenziale, una vittoria strappata coi denti
e una finale tutta da giocare. C’era una
volta un’attesa snervante e una settimana
trascorsa a pregustare il sapore di un ipotetico
successo finale, una promessa fatta al compagno
di squadra e un pronostico azzardato, uno smacco
subito da vendicare e l’adrenalina in
quantità industriali, la voglia matta
di scacciare l’idea di una vittoria mutilata
e la crescente convinzione di potercela fare.
C’era una volta una domenica speciale.
C’era una volta il primo impianto dolby
surround installato in prossimità di
un rettangolo di giuoco, una teoria di palloncini
per ricordare il colore della vittoria e il
pubblico delle grandi occasioni. C’era
una volta l’ingresso in campo delle due
squadre annunciato dallo speaker e il fischio
di inizio, l’ultimo della prima edizione
del torneo intercollegiale di calcetto. C’era
una volta un gol, poi due, poi tre fino ad arrivare
a sette, sette come i samurai, disciplinati
e spietati come i ragazzi del VN Football Team.
C’era una volta il gol della bandiera,
il malcelato scoramento dipinto sui volti scuri
e le congratulazioni al termine della gara.
C’era una volta un’invasione di
campo e la gioia traboccante dagli spalti, le
grida di giubilo e i fiumi di champagne, una
coppa da alzare ed il trionfale giro di campo.
C’era una volta l’idrante puntato
contro i valorosi “calciatori che fecero
l’impresa” e la maglia stesa sulla
traversa al sole, nel disperato tentativo di
farla asciugare. C’era una volta una macchinetta
fotografica pronta ad immortalare ogni singolo
singulto di vanità di una lunga domenica
di passioni. C’era una volta una festa
senza fine. C’era una volta la favola
incredibile del VN Football Team.
P.S.: Non potevo esimermi dal
comporre un epinicio per celebrare la vittoria
del VN Football Team. Il seguente sonetto è
dedicato a tutti i compagni di squadra e a quanti
ci hanno sostenuto (anche in trasferta).
Grazie.
Sono state domeniche interminabili
e dal gran valore,
vanni angeliche in infiniti mondi ci han trascinato,
ubriachi di felicità e avvinti dalla
gloria abbiam cantato
sublimi odi e ditirambi al benevolo dio pallone.
Opliti dalla tempra granitica
e dalla forza speciale,
tutti gli sforzi degli avversari son stati vani:
don Mazza, Esra Rui e Lamaro Pozzani…
nessuno poteva frenare la nostra marcia trionfale.
Sospinti dai cori originali
di un pubblico caloroso,
con la coppa al cielo e la maglia di terra intrisa
avremo da conservare un ricordo immortale e
radioso.
La nostra avventura,
nel mio cuore per sempre incisa,
epifania di un’amicizia, ha reso l’animo
gioioso:
è stata la perfetta conclusione di una
parabola precisa.